La litania della «poesia di ricerca» che in Italia non ha mai smesso di suonare come una campana a morto nei confronti della poesia cosiddetta «tradizionale», io non riesco ad ascoltarla. Non ho mai personalmente compreso questa nozione. Non mi appartiene. Per me non c'è una distinzione tra poesia «tradizionale» e «poesia di ricerca». La «poesia di ricerca» è quella che cerca alleanze fuori dalla pagina, mentre quella «tradizionale» è serva dei suoi ristretti confini? La «poesia di ricerca» è quella che confonde le frontiere delle arti, mentre quella «tradizionale» solfeggia su un solo monotono pentagramma? Cavalcanti è meno sperimentale di Amelia Rosselli? Sanguineti è più sperimentale di Guido Gozzano? Si tratta di una nozione ideologica, che ha una sua storia e una sua giustificazione storico-critica, ma che è stata ed è – oggi ancor più che negli anni sessanta e settanta del secolo scorso – un'arma spuntata.
IN QUESTA PAGINA
M. Rizzante, Scuola di calore
M. Rizzante, Nessuno
M. Rizzante, Lettere d'amore e altre rovine
rayan mendoza, the lake filled with water (2008)
Massimo Rizzante, Scuola di calore

Scuola di calore
2013, Effigie
Nella sua terza raccolta di poesie, Scuola di calore, scritta tra Occidente e Maghreb, Massimo Rizzante sceglie come sole protagoniste le donne che raccontando semplicemente la loro vita cercano di spezzare il circolo vizioso del dolore e dell'amore, della ricchezza e della povertà... Scrive l'autore nel Post scriptum all'opera: «È un dato: tutte le civiltà sono nate dal sopruso, dallo sfruttamento, quando non dalla guerra fisica o psicologica che gli uomini hanno fatto alle donne. Quando penso alla Storia, mi viene in mente un mattatoio attorno al quale un gruppo di maschi, sazi del lavoro compiuto, danzano in piena erezione. La donna soccombe, e ogni volta che una donna soccombe alla monolitica virilità dell'uomo è un pezzo di civiltà che se ne va. Non è una sconfitta della donna, ma dell'uomo che non è riuscito a far propria la sua parte di femminilità, cioè dell'uomo che non è riuscito ad accogliere la fragilità come valore e che perciò continuerà a mutilare e a rendere inferma la donna, oltre che se stesso. Ora, questa fragilità per me è il valore supremo, è l'essenza della femminilità e l'essenza di una civiltà. Finché sarà maltrattata non ci sarà una vera civiltà».


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Massimo Rizzante, Nessuno

Nessuno
2007, Manni

Postfazione di Petr Král
«Nessuna effusione sentimentale o abbandono alla confessione, nessun bel canto lirico, e neppure nessuna fede nella poesia o nella sua capacità di salvazione - foss'anche quella, "malgrado tutto", che sotto la forma paradossale del gioco linguistico si compiace della propria "testualità". La poesia, per Massimo, è semplicemente un luogo in cui tutto è degno di essere considerato – se stessi quanto il mondo – da prospettive diverse che, relativizzandosi le une con le altre, misurano la relatività delle cose stesse (compresa la poesia)».
Petr Král


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Massimo Rizzante, Lettere d'amore e altre rovine

Lettere d'amore e altre rovine
1999, biblioteca cominiana
2013, nuova edizione corretta e digitale


Prefazione di Sylvie Richterová
«Il tessuto principale di cui sono fatte le tue poesie, al primo approccio impalpabile ma in realtà ricco e solido, si chiama coscienza: piena consapevolezza del passato, lucida memoria dei buoni e dei cattivi sentimenti e tranquilla ammissione dei fatti e misfatti. In altre parole tutto quello che basta per impazzire...
Tu fai parlare la storia, l'anima, il corpo, il fiore o il disprezzo, entri nelle vite delle donne e dei poeti, o nella loro morte, e sostieni che il dolore, come i dittatori, con il tempo rimpicciolisce...
La tua poesia sceglie di diventare pura voce, drammatica e paradossale, una voce sopra le rovine...»

Sylvie Richterová


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