Che cosa fa Montaigne? Legge gli antichi e le loro esperienze confondendole con le proprie. Gli Essais sono il risultato assolutamente provvisorio – da qui la loro forma frammentaria, priva di un vero ordine e di un sistema di classificazione, lontana da ogni enciclopedismo – della rilettura del mondo antico alla luce del suo presente e della sua situazione storica individuale. Come tutti gli umanisti Montaigne ama il passato. Pensa che il passato di Properzio e di Orazio e di tutti gli altri poeti antichi sia da imitare, ma, a differenza di tutti gli altri umanisti (a parte Rabelais) il suo scopo è molto più modesto. La sua domanda è: tutti questi grandi uomini del passato che cosa hanno a che fare con me? Che cosa hanno da dirmi? E ancora: che aspetti della vita hanno rivelato che io non ho ancora scoperto? Sono le stesse domande che si pone il lettore del romanzo convocato da Rabelais all'inizio della sua opera, il quale, rinunciando alle altre occupazioni, si lascia prendere interamente dal racconto. Montaigne, in altre parole, legge le opere degli antichi come fossero dei récits.
IN QUESTA PAGINA
M. Rizzante, L'albero del romanzo
M. Rizzante, Il geografo e il viaggiatore
M. Rizzante, Un dialogo infinito
M. Rizzante, Non siamo gli ultimi
alberto gianquinto, w la repubblica (1986)
Massimo Rizzante, L'albero del romanzo

L'albero del romanzo
Un saggio per tutti e per nessuno
2019, Effigie
Nella presentazione al libro Milan Kundera scrive: «Credo soltanto di sapere che la letteratura non potrà sopravvivere senza la critica letteraria in forma di saggio. Senza una meditazione personale così come la conosciamo (ad esempio) in Nietzsche, in Hermann Broch, in Julien Gracq, in Octavio Paz. Questo tipo di riflessione saggistica, attraverso i suoi sguardi, i suoi giudizi, i suoi stupori, i suoi dubbi, ha sempre accompagnato la letteratura». Ma «la critica letteraria in forma di saggio» e di «meditazione personale» sembra scomparsa, appartenere al passato, fagocitata da una parte dalla Dea Attualità e dall'altra dalla scienza e dai suoi proclami post-umanistici. Eppure senza l'arte del saggio, anche le altri arti, secondo Kundera, rischiano di essere condannate alla solitudine, all'oblio, alla moda, alla morte. Nel suo saggio «per tutti e per nessuno», Massimo Rizzante ci ricorda che essere radicali significa tornare continuamente alle radici, che la storia non può essere sostituita dalla cronaca e che i frutti dell'albero dell'arte del romanzo, considerati i décalage che esistono tra le diverse parti del mondo - e la coesistenza di diversi gradi di civiltà -, possono nascere nei luoghi più segreti. Tuttavia, afferma l'autore, se il romanzo è un albero, il romanziere non aspira a coltivarlo. Non aspira al giardinaggio. Quel che desidera è appartenergli, diventare un ramo di quell'albero. A tal punto che sarà inutile cercare di ridurre la complessità dell'opera alla storia del suo paese natale, alla sua lingua, al patrimonio della sua nazione. Ogni nuovo ramo dell'albero del romanzo, infatti, è una misteriosa messa in discussione della sua genealogia.


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Massimo Rizzante, Il geografo e il viaggiatore

Il geografo e il viaggiatore
Lettere, dialoghi, saggi e una nota azzurra
sull'opera di Italo Calvino e di Gianni Celati

2017, Effigie
Questo libro smisuratamente breve, scritto in un periodo smisuratamente lungo, è un libro sull'amicizia tra Calvino e Celati. Ma anche sull'amicizia come forma, forse l'ultima, in grado di renderci più vicini a noi stessi e più in dialogo con il mondo, meno sentimentali e più sensibili. Il geografo Calvino e il viaggiatore Celati, per quanto diversi, sono accomunati da quella vena artistica che, nata agli inizi dei Tempi Moderni, ha segnato un po' controcorrente fino al XX secolo la nostra civiltà letteraria fondata sulla dura legge della mimesis. Si tratta di quello humour che Thomas Carlyle, parlando di Ariosto, di Cervantes, di Sterne e di Jean Paul definisce: «il prodotto non del disprezzo ma dell'amore, non della deformazione superficiale delle forme naturali, ma di una profonda quanto piacevole simpatia nei confronti di tutte le forme della Natura». Entrambi, ciascuno a suo modo, il viaggiatore con cambi umorali più erranti, il geografo con cambi di passo più lineari, hanno attraversato i generi, non hanno mai fatto finta che il lettore non esistesse, non si sono mai arresi al vizio della trama, hanno mostrato senza affettazione i capricci dei loro procedimenti, hanno riflettuto sulla loro opera e su quella altrui diffidando sempre delle definizioni. Entrambi spiriti malinconici nati sotto l'influenza di Saturno, sono figli dello humour, di quello cervantino come di quello ariostesco, di quello che traspare nelle opere di Giordano Bruno, nella Scienza nuova di Giambattista Vico o nella prosa di Leonardo e Galilei, di quello del Leopardi delle Operette morali e dello Zibaldone, come di quello che si incontra nelle passeggiate di Robert Walser e Raymond Queneau o nei quaderni di Paul Valéry.


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Massimo Rizzante, Un dialogo infinito

Un dialogo infinito
Note in margine a un massacro
2015, Effigie
Octavio Paz ha detto una volta: «Ho scritto e scrivo perché intendo la letteratura come un dialogo con il mondo, con il lettore e con me stesso – e il dialogo è tutto il contrario del rumore che ci nega e del silenzio che ci ignora. Ho sempre pensato che il poeta non è solo colui che parla, ma colui che ascolta». La parola scritta, infatti, è un bambino che dorme e soltanto quando si dialoga il bambino riapre gli occhi. Che cosa può fare la critica letteraria se non aprire gli occhi sul mondo e dialogare con le opere? Negli ultimi vent'anni Rizzante è stato in molti luoghi e ha scritto su autori di molti paesi, dall'Islanda all'Africa settentrionale, dall'America Latina all'Europa centrale, dal Giappone alla Grecia. Nel libro il lettore potrà vagabondare liberamente tra le opere di Saramago, Fuentes, Kundera, Oe, Goytisolo, Bergsson – che l'autore ha incontrato e con cui ha dialogato –, o fermarsi ad ascoltare le voci più lontane ma sempre presenti di Kafka, Nabokov, Eliade, Andric, o di poeti tanto dimenticati quanto essenziali come Oscar V. de Lubicz Milosz, Lamborghini, Crnjanski, Kachtitsis… Oggi, secondo Rizzante, non basta concepire la storia della letteratura in modo sovranazionale. Bisogna tener conto dell'albero genealogico che ogni artista fa crescere e ramificare dalla sua opera e dalla sua immaginazione. Soltanto così la Storia e la storia della letteratura ci saranno restituite in modo non solo più legittimo, ma più profondo.


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Massimo Rizzante, Nessuno

Non siamo gli ultimi
La letteratura tra fine dell'opera e rigenerazione umana
2009, Effigie

Prefazione di Lakis Proguidis
Il lettore di oggi, che ama la letteratura e apprezza le opere di valore, diffida della critica letteraria. Ne ha tutte le ragioni. Da una parte ha a che fare con le pagine letterarie dei giornali di cui si stanca facilmente a causa della loro critica rispettosa delle scelte del mercato editoriale, dall'altra ha di fronte a sé l'esegesi universitaria, un luogo scoraggiante con i suoi dibattiti tra specialisti, i quali pensano che l'arte sia qualcosa di troppo serio e noioso per poter interessare un semplice lettore. Tra i due, tra i giornalisti e i supposti esperti, il nulla. Al punto che viene da domandarsi: a che serve la critica? Si sa: si scrivono i libri che vorremmo leggere. Massimo Rizzante non ha scritto il suo saggio per aggiungere il noto al noto. Parlando dei libri degli altri parla innanzitutto della sua esperienza: l'esperienza di un lettore frustrato dalla mancanza di critica.

Vincitore della V edizione del Premio Dedalus nella sezione SAGGI

"Questo libro di Massimo Rizzante ci conferma in modo sorprendente che l'arte del saggio è ancora tra noi" Milan Kundera



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